Martedì a Rieti sit-in per la legalizzazione della cannabis

L’iniziativa organizzata a livello nazionale di fronte ai Tribunali nel momento in cui Walter De Benedetto sarà a processo ad Arezzo

Martedì 27 aprile, alle ore 12, attivisti dei Radicali, di associazioni, imprenditori e qui e là altri partiti, si ritroveranno con degli annaffiatoi di fronte ai Tribunali della propria città, in tutta Italia, in segno di solidarietà con Walter De Benedetto, che in quel momento andrà a processo ad Arezzo.

A Rieti, alla manifestazione promossa da Radicali Italiani, MeglioLegale ed IoColtivo.eu e organizzata localmente da Sabina Radicale hanno già aderito anche Cittadinanzattiva Rieti, il Tribunale del Malato Rieti, il Movimento civico “Rieti Città Futura”, la Federazione provinciale PSI, la Rieti LGBT+ associazione Arcigay, Controvento, PiùEuropa Rieti; hanno annunciato la loro presenza i consiglieri comunali Mauro Rossi e Simone Petrangeli. Per eventuali altre adesioni ed annunci di presenza o solo per maggiori informazioni: info@sabinaradicale.it

Walter De Benedetto ha 49 anni e fin dall’adolescenza soffre di artrite reumatoide, una malattia degenerativa che lo costringe a letto e provoca dolori atroci. Non c’è una cura per la sua patologia ma c’è il modo di soffrire un po’ meno: dal 2011 assume regolarmente cannabis a scopo terapeutico.

Pur in possesso di ricetta medica in questi anni Walter non ha ricevuto un adeguato quantitativo di farmaco utile alla gestione della sua malattia.

Da 14 anni, infatti, nel nostro Paese è consentito il ricorso alla cannabis terapeutica, ma il fabbisogno è superiore alla produzione e all’importazione del farmaco. Secondo il report Estimated World Requirements of Narcotic Drugs 2020 dell’International Narcotics Control Board, l’Italia ha un fabbisogno di 1.950 kg all’anno di cannabis medica. A fronte di tale domanda, sulla base di quanto pubblicato sul sito del Ministero della Salute, lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze (SCFM), nel 2019, ha distribuito alla farmacie cannabis per soli 157 kg.

Per far fronte alla cronica carenza di cannabis Walter ha deciso, assumendosene la responsabilità, di coltivare autonomamente la cannabis necessaria per la sua terapia. A seguito di questa decisione è sotto imputazione di coltivazione di stupefacente ai fini di spaccio. Per il suo amico Marco che lo aiutava annaffiando le piante, cosa che Walter non riusciva a fare, è scattata la messa alla prova e il suo “reato” si estinguerà se nel periodo di volontariato dimostrerà “ravvedimento e buona condotta”.

La evidente schizofrenia italiana sulle prescrizioni di cannabis terapeutica è però solo la punta dell’iceberg del più generale tema della criminalizzazione senza senso della cannabis. “Criminale non è Walter, criminale è una legge bieca e proibizionista”, dichiara Marco Giordani di Sabina Radicale, che aggiunge: “Dobbiamo lottare per la legalizzazione della cannabis, consumata da più di sei milioni di cittadini italiani. Non manifestiamo contro i tribunali e le forze di polizia, ma per loro, in quanto depenalizzare i reati legati alle droghe libererebbe forze dell’ordine e sistema giudiziario da migliaia di procedimenti inutili, e svuoterebbe le carceri. Basta regalare soldi alle mafie e alla criminalità organizzata, basta dannosi tabù, e sì a nuove imprese e posti di lavoro, a città più sicure, alla sicurezza sanitaria di ciò che i consumatori assumono. ‘Io non lo farei’ non deve mai diventare ‘tu non lo devi fare’. Essere in piazza a nostro fianco martedì significa manifestare il proprio dissenso a leggi dannose e vecchie. Il mondo ormai, addirittura in Messico e negli Stati Uniti, sta abbandonando il proibizionismo ed è tempo che anche l’Italia e l’Europa si pongano su questa via”.

Scuole chiuse: Cicchetti ha deciso in base a cosa?

Il sindaco Cicchetti non ha dato sufficienti spiegazioni alla cittadinanza in merito alla sua decisione di mantenere le scuole chiuse a Rieti, nonostante la riapertura decisa dalla Regione Lazio.

Cicchetti dichiarò tempo fa che essere “massima autorità sanitaria del comune” non gli desse più poteri che la obbligata firma di qualche TSO. Ora invece chiude le scuole adottando una misura restrittiva rispetto alla Regione. Qualcuno deve aver informato Cicchetti che in effetti dei poteri in materia sanitaria li ha, eccome, e questo è un bene. Tuttavia il potere si esercita, anche autocraticamente, fornendo gli elementi su cui si basa e trasparenza sulle motivazioni.

Dalla nota del Comune di Rieti si legge che “la decisione, a tutela della salute pubblica, è stata assunta anche in considerazione del fatto che la riapertura delle scuole in presenza per soli due giorni, prima della sospensione per le vacanze pasquali, esporrebbe la popolazione al rischio di contagio proprio nel periodo di maggior diffusione di nuove varianti che risultano essere più aggressive sulla popolazione giovanile”.

Innanzitutto ricordiamo che già il Presidente di Regione, in base al fattore di nuovi contagi settimanali, avrebbe titolo per lasciare comunque sia Rieti città che la provincia in zona rossa, essendo entrambe da giorni stabilmente ben oltre la quota di 250 contagi settimanali per 100mila abitanti (280 per il comune, 306 per la provincia).

Se fossero i dati epidemiologici generali ed ufficiali ad aver mosso Cicchetti, egli avrebbe dovuto rivolgersi a Zingaretti e sollecitare il proseguimento della zona rossa.

Invece la sua attenzione si è rivolta alle sole scuole. Ma che evidenze ha Cicchetti che le scuole di Rieti rappresentino una eccezione rispetto a quanto dimostrato nello studio su 7,3 milioni di soggetti, recentemente pubblicato su The Lancet, che dimostra l’assenza di correlazione tra riapertura delle scuole e diffusione del virus? Se gli insegnanti sono stati vaccinati con priorità insieme agli anziani, che senso ha tenere le scuole chiuse? Verrebbe da pensare che la ASL abbia fornito al Comune dati estremamente allarmanti sulle scuole, ma quali sono?

Nella stessa nota si legge infatti che “a chiedere di posticipare il rientro in presenza al 7 aprile per le attività didattiche del primo ciclo, erano stati anche alcuni dirigenti scolastici con una nota inviata al Sindaco nella mattinata odierna”, e la ordinanza specifica quali, anche citando le motivazioni che sarebbero (oltre alla allarmante – per tutti e tutti i luoghi – situazione epidemiologica) le “disposizioni di quarantena che coinvolgono alunni e personale”.

Dato per scontato che tre dirigenti sui cinque degli istituti scolastici cittadini non sono un comitato tecnico scientifico di epidemiologi, il fatto che la ordinanza citi virgolettando questo passaggio sulle quarantene fa capire che la richiesta sia stata di carattere organizzativo. Ma studenti e genitori hanno meno dignità e meno problemi organizzativi dei presidi? Sono stati ascoltati?

Queste disposizioni di quarantena inibiscono la ripresa di qualsiasi attività? E dove? E per quanto: finora non sono state gestite e come lo saranno da dopo Pasqua?

Poi forse la sanità pubblica o l’organizzazione scolastica non sono stati il solo motore della decisione: sulla stampa si legge che con questi giorni di chiusura si possono ultimare dei lavori edili, i quali verrebbe da pensare che evidentemente non possano essere svolti quando le scuole sono fisiologicamente chiuse (pomeriggio, festivi).

Triste vicenda questa che, così come presentata, conferma l’opacità delle decisioni autocratiche di Cicchetti, l’andare dietro ad istanze personali o corporative a scapito dell’interesse pubblico, che – specie in una città come Rieti – sta nella istruzione e nella qualità delle future generazioni.

Disposizioni Anticipate di Trattamento – una indagine nella provincia di Rieti

• La prima in Italia condotta nei piccoli centri

L’INDAGINE

In occasione dei tre anni dalla legge che istituiva le Disposizioni Anticipate di Trattamento (il cosiddetto “testamento biologico”) l’associazione Sabina Radicale ha condotto, in collaborazione con la Associazione Luca Coscioni, una indagine presso tutti i comuni della provincia di Rieti.

L’indagine fa seguito a quella effettuata su scala nazionale dall’Associazione Luca Coscioni a fine 2019, limitata ai comuni sopra i 60mila abitanti, quindi non coinvolgendo Rieti. L’indagine diede dati diversissimi da città a città: per rimanere nel circondario, Terni segnalò una DAT ogni 251 abitanti, ma Roma una ogni 849 e L’Aquila ogni 1219.

Questa reatina è la prima indagine “diffusa” in Italia, condotta su un territorio non urbano e coinvolge anche l’anno di pandemia 2020 e indaga su se i comuni si siano attivati nella trasmissione delle DAT alla Banca Dati Nazionale, istituita a fine 2019 e che finalmente rende molto più fruibili, in caso di necessità, le DAT depositate

I RISULTATI

Sono stati raccolti i dati di tutti i 73 comuni della provincia. Il campione comprende oltre 150mila abitanti, con solo 4 comuni (Rieti, Fara, Cittaducale e Poggio Mirteto) sopra i 5mila abitanti.

Sono state depositate DAT nel 47% dei comuni, per un totale di 278 DAT (72 nel capoluogo, 206 DAT negli altri comuni), con un rapporto di una DAT ogni 550 cittadini (647 per il capoluogo che quindi si pone sotto la media).

Le DAT si concentrano per il 65% in Sabina (che copre 60mila abitanti) dove ne è depositata una ogni 349 abitanti. Una ogni 926 cittadini invece nel resto della provincia, con Rieti e la conca reatina a 850, il Cicolano e Turano a 1750, l’alta valle del Velino a 950.

Che più della metà dei comuni non abbia avuto nessun deposito non stupisce se consideriamo che in provincia ben 37 comuni non arrivano ai mille abitanti. I più grandi comuni privi di DAT, di duemila abitanti, sono Poggio Bustone, Cantalice, Leonessa, Amatrice, Antrodoco e (unico fra questi in Sabina) Stimigliano.

I comuni (tutti in Sabina) con il più alto tasso di deposito DAT sono Collevecchio (1 ogni 88 cittadini), Toffia (94), Magliano Sabina e Vacone (113), Roccantica (134) e Poggio Nativo (139). Negli altri territori, Castel Sant’Angelo (178) e Borgo Velino (188). Il comune con più DAT, dopo Rieti con 72 DAT su 46mila abitanti è Fara in Sabina, secondo più popolato con 14mila abitanti che ne ha 34, poi Magliano Sabina con 32.

Solo il 7% delle DAT sono state depositate nel 2020 e il 74% si concentra tra seconda metà 2018 e prima metà 2019.  

Riguardo il versamento delle DAT alla Banca Dati Nazionale, in solo 5 casi i comuni hanno segnalato di non averlo ancora fatto, avendo così l’indagine stessa dato loro l’opportunità di adempiere a questo importante passo della procedura.

ALCUNE CONSIDERAZIONI

La prima considerazione è che il tasso di deposito per popolazione nel nostro territorio “rurale” non è sensibilmente minore di quello nei grandi centri; singolare come il valore sia praticamente lo stesso tra i capoluoghi censiti dalla Associazione Luca Coscioni (una ogni 362 abitanti) e i nostri comuni della Sabina. Vero che l’indagine della ALC si fermava al 2019, ma abbiamo visto come il 2020 abbia contribuito solo per il 10%.

E’ probabilmente presto per trarre indicazioni dall’andamento annuale dei depositi: il 2018 (con depositi concentrati nella seconda metà dell’anno) ha risentito dell’avvio della legge e dell’organizzazione dei comuni (le prime in provincia risultano quelle depositate ad aprile a Rieti con l’assistenza di Sabina Radicale[1]) e si può supporre che ci fossero cittadini già informati ed in attesa; per il 2020 la pandemia avrà avuto sicuramente il suo impatto, a quanto pare frenante.

Non si ravvisa una differenza tra comuni in base alla loro dimensione: l’unico comune urbano, il capoluogo Rieti di 46mila abitanti ha un tasso di una DAT ogni 647 abitanti, inferiore alla media della provincia.

Colpisce la notevole differenza nel tasso di depositi tra la Sabina, pur territorio “rurale” ed il resto della provincia. E’ ovviamente una differenza che si riscontra anche in molte altre occasioni ed indicatori, ma meraviglia una così marcata differenza su un tema che riguarda tutti indistintamente, e la cui informazione non crediamo sia stata veicolata differentemente a seconda dei territori. E’ probabilmente opportuno uno sforzo di comunicazione da parte delle istituzioni, anche locali; comunicazione che diventa “dovuta” nel caso della ASL, che su questo è inadempiente alla legge stessa che le prescrive l’obbligo di informazione.

SULLA OSSERVANZA DELLA LEGGE SU PUBBLICITA’ E TRASPARENZA

Vanno innanzitutto ringraziati tutti gli uffici comunali che hanno collaborato a questa indagine. Vediamo comunque come essi hanno reagito alla richiesta.

In 32 hanno risposto alla richiesta di accesso agli atti, effettuata il 3 gennaio, entro il termine di 30 giorni stabilito dalla legge. Altri 30 lo hanno fatto a seguito di una diffida inviata dopo 35 giorni. Per altri 5 è stato necessario dopo un altro mese un ulteriore sollecito, per altri 4 un quarto sollecito, ed un quinto sollecito per un altro.

Per due comuni (tra cui spicca il comune capoluogo) si è dovuto ricorrere al Difensore Civico regionalle; il comune di Rieti, in particolare, dopo sei richieste in tre mesi da parte del cittadino (quattro alla pec generale, due alla pec dei servizi demografici), ha risposto a quella del Difensore Civico; dunque, il Difensore Civico si rivela un arma efficace, a cui il cittadino può con fiducia far ricorso.


[1] https://sabinaradicale.it/2018/04/18/depositati-a-rieti-i-primi-testamenti-biologici-sabato-21-i-tavoli-informativi-dellassociazione-luca-coscioni/

Crematorio: bene Borgo Velino, che supplisce deficienze del capoluogo.

Sabina Radicale plaude alla decisione della cittadina di Borgo Velino di procedere alla realizzazione sul proprio territorio di un impianto per la cremazione di salme, il primo disponibile sul nostro territorio.

E’ evidente come la disponibilità di questi impianti sia semplicemente una necessità, essendo che in Italia nel 2019 oltre il 30% in Italia ed il 10% nel Lazio dei cittadini ha seguito questa pratica, in costante crescita.

E’ purtroppo ricorrente la opposizione di una parte della popolazione, che amministratori pur avveduti condividono definendola “psicologica” o temendo “ripercussioni sul turismo” (sic!). Già nel 2010 Sabina Radicale era intervenuta, in solitudine, a sostegno della iniziativa dell’amministrazione di Pozzaglia Sabina, poi bloccata per miope insorgenza della popolazione, colpevolmente affiancata da politici che, in epoca pur pre-populista, scelsero di cavalcare il malessere, abdicando al proprio compito.

Un anno fa il Sindaco Ranalli di Cittaducale, commentando le rimostranze di alcuni, auspicò un coinvolgimento della Provincia, per una “una pianificazione territoriale dei servizi” di cui non abbiamo avuto evidenza.

L’ iniziativa di un piccolo comune, certamente mosso anche dagli indubbi vantaggi economici, mostra ancor di più le carenze del Comune di Rieti, nelle diverse giunte succedutisi; Comune capoluogo per il quale l’iniziativa avrebbe assunto anche l’aspetto di servizio alla cittadinanza propria e della provincia. Un Comune pur costantemente alle prese con problemi di spazi cimiteriali (si è giunti all’arresto di dipendenti accusati di vendere loculi!) e nel quale il tema carsicamente riappare, senza mai arrivare a compimento.

Alluvione della piana? Ma appena dieci anni fa…

C’è in questi giorni un vistoso affannarsi di varie forze politiche ed amministratori nel cercare un responsabile (l’altro) della alluvione che (improvvisamente?) ci ha colti.

Come radicali riteniamo utile offrire perciò alla città la memoria persa di quanto avvenne 10 anni fa, il 2 Dicembre 2010, quando avvenne un alluvione ma soprattutto fu appena sfiorata una tragedia.

Allora presentammo due diverse interrogazioni: alla Camera dei Deputati si chiese di riconoscere lo stato di calamità e avviare l’intervento della protezione civile; si chiese per quali ragioni gli enti statali preposti non avessero predisposto tutti i mezzi necessari per evitare e/o contenere l’allagamento, già previsto e posto all’attenzione degli stessi; ed infine una richiesta di sollecitare il Registro italiano dighe (RID) ad una verifica costante dell’efficienza strutturale delle dighe.

Si chiedeva, ma il Ministro delle infrastrutture, il missino Altero Matteoli mai rispose. Così come la amministrazione Emili dell’epoca aveva ignorato gli allarmi che Aldo Gregori aveva lanciato sulla stampa già dal 27 Novembre.

Allora davvero si sfiorò, nonostante il rilascio di 40mc/s, la tracimazione della diga, che avrebbe significato riversare sulla città di Rieti tutta l’acqua del bacino imbrifero del Turano, compresa quella al di sopra dello sbarramento artificiale; poiché si raggiunsero portate invasate di 180mc/s è evidente il disastro in termini di persone, cose e ambiente, che avrebbe prima investito Rieti, quindi Terni e infine Roma.

Quindi fu presentata anche una interrogazione alla Regione (giunta Polverini, con Cicchetti consigliere e Gabriella Sentinelli assessore) per chiedere la revisione del disciplinare di gestione della diga. La giunta alla fine rispose dicendo che l’evento (un mese di pioggia ininterrotta) non era stato “estremo”, che la gestione era stata in regola (ma questo si sapeva, perciò si chiedeva di ridiscutere il disciplinare) e dando la responsabilità dell’alluvione non ai 40mq/s ma al “collasso dei fossi del reticolo idrografico secondario”.

Da allora, passati 10 anni ed amministrazioni nazionali, regionali e locali di destra e di sinistra, cosa è stato fatto o almeno si è cercato di fare, su disciplinare, fossi, dighe?

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La interrogazione parlamentare è disponibile a: https://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/10139&ramo=CAMERA&leg=16

La risposta alla interrogazione regionale a:
https://sabinaradicale.it/wp-content/uploads/2021/01/38-RISPOSTA-NS-INTERROGAZIONE-N.-639-RISCHIO-ALLUVIONALE-NEL-REATINO.pdf

Verità e silenzi sul progetto Raggi per i rom

Sul “caso” della possibilità di spostamento a Rieti di famiglie residenti nei campi rom della Capitale vanno fatte anzitutto alcune precisazioni per dare consistenza numerica al “caso”: il bando emesso da Virginia Raggi, riguarda solo 20 persone (3-4 famiglie), allocabili tra Rieti e 5 municipi di Roma più l’area di Tivoli e Guidonia, per cui la provincia di Rieti è davvero minima parte.

Il “caso” è quindi davvero irrilevante, se non fosse per come il problema viene affrontato, dalla Raggi e dai partiti.

Le critiche dalla destra locale al provvedimento per il non coinvolgimento delle municipalità sono in effetti dovute in quanto il piano rom della stessa Raggi del 2017 prevede “spostamenti solo se volontari in altre province e Comuni attraverso specifici accordi con le municipalità interessate – secondo gli indirizzi dell’Assemblea capitolina-“ e tutto ciò manca, certificando ancora il fallimento del piano stesso.

Emblematico di certo approccio al problema, il riferimento nel bando a corsi di “economia domestica” e la “educazione ad una adeguata funzione genitoriale”. Un approccio che però oscilla tra questo paternalistico e quello poliziesco, evidenziato dal fatto che gli ultimi due dirigenti designati dalla Raggi per promuovere l’uscita di famiglie rom dal campo alla casa siano stati due alti dirigenti del corpo della Polizia. Naturalmente per Sabina Radicale il problema non è solo questo ma, come chiede la UE e ben funziona negli altri stati, è il modello di integrazione “speciale” ad essere da respingere, in quanto ai rom dei campi vanno garantititi, come per qualsiasi altro cittadino nelle medesime condizioni, l’accesso ai diritti fondamentali, in primo luogo quello ad un alloggio adeguato, da cui quelli a trasporti, sanità, scolarità.

Infine la cosa più rilevante per quanto riguarda Rieti: preso atto dello scontato silenzioso imbarazzo del M5S locale, si registra anche quello del PD reatino, che come sempre più spesso accade sembra privo di capacità di valutazione autonoma e attende che il PD romano gli dia la linea.

Bene l’avanzare della Terni-Rieti, meno la propaganda mistificatrice del M5S

Tutti i cittadini, reatini e ternani ma non solo, sono felici della recente inaugurazione di un altro importante tratto della Terni-Rieti. Questo non giustifica però le mistificazioni che l’hanno accompagnata.
La maggiore mistificazione è che il blocco dei lavori fosse simbolo di uno Stato che non funzionava e che adesso con il M5S finalmente sì.

La verità è che la Tecnis e i territori di Terni e Rieti sono state vittima proprio di un certo modo di intendere l’antimafia, non esclusivo del M5S ma ad esso particolarmente caro. La cronologia dei fatti che il viceministro Cancelleri – da siciliano candidato a Presidente di Regione – sicuramente conosce è infatti questa: Ottobre 2015 arresto proprietari, Novembre 2015 interdittiva antimafia (con conseguente blocco delle attività e delle commesse e grave crisi dell’azienda), Marzo 2016 i proprietari scagionati e liberati e revoca interdittiva, Marzo 2017 viene loro restituita una Tecnis ormai fallita.

Non è tutto, però: come insegnò Goebbels, “ripeti una bugia dieci, cento, mille volte e diventerà una verità”.
Va innanzitutto ricordato che, se a risolvere la situazione è dovuto arrivare l’attuale viceministro in quanto M5S (tanto che si fa venire come concelebrante il Ministro degli Esteri, solo perché è Di Maio), va ricordato che nel loro governo precedente era M5S addirittura il ministro dei Trasporti.

Il viceministro ha poi più volte dichiarato che prima che arrivasse lui nessuno aveva capito che si potesse affidare il tratto in questione alla IRCOP; ha anche ironizzato che “evidentemente nessuno prima aveva studiato le carte”. Questo è palesemente falso perché la possibilità era già stata segnalata pubblicamente e al Ministro M5S dall’ onorevole Fabio Melilli, rilanciata dalla stampa (Messaggero 15/6/19 “Rieti-Terni, Melilli incalza Toninelli”) e di nuovo da amministratori locali; solo che allora Melilli era all’opposizione; il viceministro si è scoperto “il primo a studiare le carte” quando poi Melilli ha sostituito i leghisti al governo.

Peraltro non era questa dell’affido ad IRCOP l’unica via, visto che per altri tratti in capo alla Tecnis (per esempio Micigliano, da agosto 2018) si era deciso per l’affitto di ramo d’impresa. Perché non anche per la Terni-Rieti? Questa interrogazione al ministro, a firma dell’on.Fusacchia, giace in Parlamento dal febbraio 2019.

Nel frattempo nulla si sa per la Galleria Valnerina, per la quale il M5S aveva annunciato il fine lavori (oggi è limitata al 50kmh e proibita agli infiammabili) per il settembre 2018. Altra interrogazione parlamentare non risposta giace dall’agosto 2019. A domanda sul mitico web, il locale deputato portavoce affermò che lo aveva detto l’ANAS il “settembre 2018”, non loro. Nel frattempo, anche ministri e vice avranno percorso con pazienza a 50kmh tutti i suoi 3,7km.

Assolti Lidia Nobili e Paolo Campanelli per non aver commesso il fatto.

Il processo scaturito dalle dichiarazioni del consigliere regionale AN Fiorito verso i consiglieri regionali di Forza Italia tra cui Lidia Nobili (il che assurse ad evento di rilevanza nazionale) si è concluso con diverse condanne e con la assoluzione con formula piena per non aver commesso il fatto per Lidia Nobili e per Paolo Campanelli. Campanelli, fondatore di Sabina Radicale, presidente di Sabina Futura, candidato sindaco per Fara Virtuosa, era imputato nella sua veste di imprenditore e professionista della comunicazione ma il suo coinvolgimento fu oggetto di strumentalizzazione politica.

Rieti, il 5 e 6 settembre tavolo informativo dei Radicali per il referendum sul taglio dei parlamentari

A Rieti sabato 5 pomeriggio e domenica 6 mattina, al Ponte Romano, ci sarà un tavolo informativo di Radicali Italiani sul referendum del 20 e 21 settembre.

Come radicali siamo per il NO ad una diminuzione dei parlamentari che, come attuata e scollegata da una riforma complessiva, avrà come effetto la riduzione della rappresentanza (questo specialmente evidente nei territori periferici come Rieti), un aumentato potere delle segreterie dei partiti ed una accresciuta inefficienza del Parlamento, già degradato da tempo a votificio di raffazzonati decreti governativi. Il tutto a fronte di un risparmio irrisorio, che lascia in piedi ben altri “costi della politica”.

Ho scritto al Presidente del Consiglio Conte

Al Presidente del Consiglio dei Ministri
presidente@pec.governo.it

Oggetto: inadempienza dell’Italia riguardo la sentenza del Comitato per i Diritti Umani dell’ONU?


Signor Presidente, le scrivo ad esatti 50 anni dalla legge che istituiva il Referendum ad iniziativa popolare.
Le scrivo perché, come lei spero sappia, il 28 Novembre 2019 il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU ha sentenziato l’Italia per “irragionevoli restrizioni al diritto di chiamata per una iniziativa di referendum popolare”.

Il riferimento della sentenza, che le accludo per sua comodità, è CCPR/C/127/D/2656/2015.

La causa fu promossa da Mario Staderini e Michele de Lucia, al tempo della iniziativa di referendum (2013) segretario e tesoriere di Radicali Italiani.

La sentenza obbliga tra l’altro lo Stato Italiano ad evitare in futuro le violazioni rilevate

Le violazioni alle quali in particolare questa nuova legislazione dovrà porre rimedio sono la insufficiente pubblicità della iniziativa, l’indisponibilità di autenticatori, la indisponibilità dei luoghi dove poter firmare.

Io stesso verificai – ed è stato riportato nella sentenza – che, nel corso di una campagna di raccolta firme nel 2013, questa fosse ostacolata dalla indisponibilità del mio comune a permettere la firma nei suoi uffici, cosa che impedì a diversi cittadini l’esercizio del loro diritto politico.

La corte, oltre alla modifica della legislazione, richiede che lo Stato Italiano informi la corte stessa entro 180 giorni delle iniziative prese e di tradurre e diffondere la sentenza (che le accludo).

Questi 180 giorni dal 28 Novembre verranno a scadere proprio domani 26 Maggio e non mi risulta che finora sia stata diffusione della sentenza tradotta in italiano. Né il Governo credo abbia dato pubblica comunicazione di avere risposto alla Corte.

La prego perciò di volersi attivare quanto prima a quanto disposto

Distinti saluti

Marco Giordani – segretario Associazione Sabina Radicale
Viale Fassini 80/B – 02100 Rieti RI